Street Fighter – Arcade

  • Presentazione
  • Grafica
  • Sonoro
  • Giocabilità
  • Longevità

Il primo Street Fighter! E faceva schifo! Sembra brutto dirlo oggi che la serie firmata Capcom è amata da tutti, ma l’esordio datato 1987 non fu dei migliori. Tecnicamente sì, perché grafica e sonoro erano sopra gli standard del periodo ma c’erano da sistemare parecchi problemi nella giocabilità. Mancava, soprattutto, una direzione precisa dietro al progetto che in parte si concentrava sul single-player, in parte sulle sfide a due.

Street FighterAi tempi c’era solo Ryu come personaggio giocabile, tra l’altro con i capelli (o una parrucca) di colore rosso. Doveva girare per il mondo malmenando i vari “combattenti da strada” locali, come fa tuttora. L’ultimo avversario era Sagat che fu poi recuperato nel seguito con cicatrice e sete di vendetta. Altri collegamenti con gli episodi successivi si trovavano in alcune mosse, a partire dalle palle di fuoco.

L’elemento distintivo del cabinato, almeno in versione deluxe, erano i tastoni di gomma che registravano la pressione. In base alla forza della nostra spinta sui pulsanti, il gioco produceva un colpo più o meno potente. Ben presto, questo meccanismo portava alla scarsa precisione nei colpi e alla rapida usura dei pulsanti. Ma Street Fighter, almeno in questo primo episodio, non era ancora la pietra miliare che diventò grazie al secondo capitolo.

Street FighterGran parte degli scontri si svolgeva in maniera totalmente casuale, memorizzando l’attacco più potente del nemico. Una volta imparato come contrastarlo, si trattava di martellare i tasti e sperare per il meglio: le collisioni poco precise facevano il resto. Tra un incontro e l’altro, spuntavano elementi che avremmo rivisto per diversi anni come la mappa dei prossimi avversari e i livelli bonus.

Street Fighter non fu un grande successo, vista la qualità appena decente, ma riuscì a porre le basi di una serie tra le più amate ancora oggi. Alcuni personaggi tornarono nella serie parallela Alpha/Zero, altri diventarono delle vere e proprie icone (a partire da Ryu). I meriti del gioco, insomma, vanno oltre quello che resta un titolo mediocre che però aveva dietro delle ottime idee.

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