Death Stranding e la sperimentazione videoludica

Death Stranding: il lungo viaggio di Hideo Kojima

Come ogni prodotto di Kojima, Death Stranding è un titolo destinato a far discutere.

Ci troviamo di fronte a un’opera che rompe davvero gli schemi del videogiochi ricordandoci che lo stesso concetto di genere dovrebbe farsi più labile.

Come accaduto con Red Dead Redemption, dove Rockstar ha deciso di puntare su meccaniche lente, parti simulative e lunghe cavalcate che portano il titolo in una dimensione epica e riflessiva, Kojima ci ricorda che per creare un grande videogioco non è necessario per forza sparare o interpretare eroi di qualche genere.

Eccoci quindi di fronte a un prodotto che crea una meccanica unica e simulativa, un mondo aperto gigantesco e caratterizzato secondo canoni fuori dagli schemi della sci-fi e del fantasy.

Un Kojima che sembra aver dato il massimo, liberando la sua fantasia dai binari del mondo bellico, e dando vita a un universo completamente nuovo, misterioso e suggestivo come mai prima.

 

Un nuovo (o vecchio?) modo di giocare

Quello che Kojima ha scelto per il suo Death Stranding è in realtà un ritorno ai concetti primari del videogioco.

Accusato di essere un simulatore di corriere, Death Stranding non si vergogna di esserlo…

Hideo Kojima ci ricorda tutti quei titoli incredibili del passato dove le meccaniche rodate, viste e riviste, le torri di controllo, e la necessità di sparare a qualcosa, non erano necessarie a divertire e colpire il giocare.

Basti pensare a prodotti come Captain Blood, Dune e tanti altri giochi che ci hanno insegnato quanto il videogioco potesse spingersi in là con la creatività e con il gameplay.

Dopo quasi vent’anni di titoli che ci portano a compiere più o meno le stesse azioni, dopo la moda dei soulslike e degli open world in stile Ubisoft, Rockstar e Kojima Productions sembrano aver ripreso il timone nel mondo dei videogiochi, dandoci un assaggio di quella che potrebbe rivelarsi una straordinaria Next Gen.