Splatterhouse – Arcade

  • Presentazione
  • Grafica
  • Sonoro
  • Giocabilità
  • Longevità

Chi era ragazzo a fine anni ’80 non può non aver mai sentito parlare di Splatterhouse. Forse non è stato il primo gioco horror in assoluto ma di certo è quello che ha reso popolare questo genere negli action game. Namco, la stessa casa di Pac-Man e Tekken, creò un’altra pietra miliare dei videogame andando però controcorrente. Violenza, frattaglie, arti marziali e richiami al cinema: c’era veramente di tutto.

SplatterhouseMolto vicino alla serie Venerdì 13 come ambientazione, vedeva il protagonista Rick posseduto da una maschera demoniaca e impegnto a salvare la propria ragazza. Per riuscirci, doveva attraversare un’enorme magione ripiena di ogni mostro e schifezza concepibile, tutti decisi a eliminarlo in modo cruento. Oltre a usare calci e pugni, poteva raccogliere armi quali asce e coltelli, facendo a pezzi chiunque gli sbarrasse la strada.

Al di là degli elementi horror e della violenza esagerata, Splatterhouse aveva più o meno la stessa profondità di Pong. Si trattava di percorrere l’ambiente in senso laterale cercando di restare vivi, controllando come meglio potevamo il carroarmato Rick. Dove per “carroarmato” si intende un personaggio poco agile, ingombrante e piuttosto lento nei movimenti.

SplatterhouseEra chiarissimo che gli sviluppatori avessero puntato solo sulla violenza e sui fastidi provocati alla censura, prontissima a modificare il gioco nelle successive uscite casalinghe. All’epoca, quando i videogame erano dominati da funghetti e principesse, vedere un energumeno decapitare zombi rappresentava un discreto shock. E anche nel nome, Splatterhouse, Namco aveva fatto centro sintentizzando perfettamente l’intera opera.

Con il passare degli anni e l’evoluzione dei videogame, da giochi per bambini a passatempo per tutte le età, Splatterhouse ha perso gran parte del suo fascino. I seguiti hanno aggiunto poco o nulla alla formula originale mentre il più recente remake ha tentato di modificarla riuscendoci ben poco. Da tutto ciò emerge come sia figlio dell’epoca in cui venne pubblicato: una provocazione più di un gioco, forse necessaria a “svegliare” pubblico e critica.